La libertà di insegnamento non si reprime

Il 13 febbraio alle 15:30 saremo in piazza Vittorio Emanuele perché pensiamo che la scuola sia sotto attacco. È un processo che dura da anni, ma che sta vivendo negli ultimi mesi una recrudescenza importante, che cerca di sfilare dall’istituzione scolastica i mattoncini che ne costituiscono le fondamenta.

Partiamo dai fatti che muovono la nostra partecipazione. A dicembre Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, ha incontrato classi di tutta Italia per presentare il suo libro Quando il mondo dorme. Storie, parole, ferite della Palestina. L’incontro era online e faceva parte di un progetto intitolato “Palestina racconta”. Alcuni esponenti politici di Fratelli d’Italia hanno additato sui social questa iniziativa come propaganda, ricostruendo in modo incompleto ed errato l’organizzazione dell’evento, e depositato un’interrogazione parlamentare sulla questione, cui è seguita un’ispezione formale da parte del Ministero dell’Istruzione e del merito in alcune scuole le cui classi avevano partecipato. Infine, il ministro Valditara ha diramato una circolare sulla necessità di pluralismo a scuola.

Il provvedimento, che auspica per la scuola pluralismo e pensiero critico, contraddice nella pratica le sue stesse intenzioni.
Tacciare di ideologia e indottrinamento docenti che con le loro classi hanno seguito un incontro con Albanese,  lancia  un’accusa di plagio a chi insegna, minaccia la libertà d’insegnamento ed esclude alcune voci dal pluralismo.
In altre parole: la scuola e chi insegna sono passibili di controllo politico sui contenuti che presentano, di ingerenze partitiche, che rendono fragile l’autonomia dell’istituzione scolastica e delegittimano la possibilità delle docenti di approfondire contenuti di rilievo a partire da informazioni attendibili.
Insieme alla scuola, anche l’autorevolezza delle fonti proposte è messa in discussione: nel caso specifico, i contenuti veicolati da una giurista competente delle Nazioni Unite, basati su fatti documentati e su anni di indagine di un contesto specifico.
Ci troviamo in un paradosso: una situazione di controllo da parte del governo su un organo superiore al governo stesso, al quale l’Italia aderisce, al di fuori di pratiche democratiche di monitoraggio, con un atteggiamento che mina la credibilità degli organismi sovranazionali di tutela dei diritti umani e frantuma la fiducia riposta nelle cariche istituzionali.

La gravità della situazione emerge ancor di più quando apriamo lo sguardo su un orizzonte più ampio: viviamo un attacco alla scuola nel suo ruolo politico di formazione di una cittadinanza attiva, di agenzia formativa indipendente, laica e democratica, di istituzione i cui valori centrali sono la non discriminazione e la rimozione degli ostacoli al pieno sviluppo personale.
Come associazioni che lavorano sull’educazione alle differenze, osserviamo un progressivo smantellamento del potere educativo della scuola.
L’istituzione scolastica sta diventando ostaggio delle ideologie di partito e delle censure dei movimenti conservatori. Sul tema dell’educazione alle differenze si sono susseguiti ripetuti tentativi di blocco dei percorsi di decostruzione degli stereotipi di genere e di contrasto all’omobilesbotransfobia, che ci hanno riguardato in prima persona, con interruzioni dei percorsi avviati e grande clamore mediatico sull’indottrinamento di bambine e bambini e sull’esistenza della presunta ideologia gender. Polverone che rallenta l’avvicinamento alla parità tra generi e che contribuisce alla discriminazione e violenza di genere.
La scuola si sta trasformando in un luogo educativo privo della possibilità di intercettare temi che interrogano da vicino l’identità personale di chi la frequenta, perché percepiti come appannaggio esclusivo delle famiglie: genere, orientamento sessuale, educazione all’affettività, relazioni diventano così argomenti indicibili. Non si può parlare apertamente di consapevolezza, autodeterminazione, diritto a non essere discriminate, libertà di scelta, informazione: temi che stanno a cuore a ragazze e ragazzi, che cercano un confronto e conoscenze su ambiti della propria vita tanto rilevanti.
Il governo lavora senza sosta in questa direzione: proprio a fine 2025, è stato approvato alla Camera un disegno di legge a firma Valditara sull’educazione sessuale nelle scuole che prevede il divieto di svolgere programmi di educazione sessuo-affettiva nelle scuole dell’infanzia e primarie, l’introduzione del consenso informato per partecipare a iniziative curriculari riguardanti l’ambito della sessualità nelle scuole secondarie, un maggiore controllo sui soggetti esterni titolati ad entrare a scuola.
Un programma che diventa discriminazione nell’accesso alle risorse educative, perché demandare l’educazione sessuo-affettiva e alle differenze al contesto familiare significa dimenticare che non tutte le famiglie dispongono degli stessi strumenti, che è proprio nelle famiglie che spesso si consolidano stereotipi di genere e maschilità tossiche, che le mura domestiche sono il luogo dove si consuma più frequentemente la violenza di genere e che non sempre le case di ragazze e ragazzi sono un luogo sicuro per giovani appartenenti alla comunità LGBTIQA+. Tralasciando che nell’impreparazione di molte famiglie sui temi dell’educazione sessuale e nel silenzio del mondo educativo le persone giovani cercano l’educazione di cui hanno bisogno nelle piattaforme di pornografia, dove trovano un immaginario della sessualità violento, misogino e omofobo.
Le indicazioni che arrivano dal disegno di legge Valditara sono in contrasto con le linee guida dell’Organizzazione mondiale della Sanità, che supportano un’Educazione sessuale estensiva e dimostrano come la formazione, basata sui bisogni educativi specifici di ogni persona e ogni età sia fondamentale per promuovere il benessere in ambito affettivo e sessuale, prevenire la violenza di genere e la diffusione delle infezioni sessualmente trasmesse.
Le analogie con il caso che è nato intorno al webinar di Albanese sono molte.
In entrambe le situazioni il governo italiano chiude all'educazione ai diritti umani, disconosce organismi sovranazionali che forniscono posizioni documentate da soggetti esperti, in una deriva autoreferenziale, che sottrae respiro alla scuola e la rende un po’ più provinciale e isolata.
Sia nelle ispezioni alle scuole, sia nel disegno di legge sull’educazione sessuale la parola “propaganda” ricorre. Nel caso del disegno di legge sull’educazione sessuale, Valditara dichiara in un comunicato stampa: “L'opposizione fa propaganda affermando che impediremmo l'educazione sessuale nelle scuole. La legge sul consenso informato ha piuttosto lo scopo di non creare confusione nei bambini insegnando le cosiddette teorie gender”. E ancora “Non sarà più possibile per associazioni ideologizzate far propaganda, spesso retribuita dai contribuenti, nelle scuole: le lezioni dovranno essere affidate a professionisti seri: psicologi, medici, docenti universitari.”

Se l’esercizio della libertà di insegnare, quella richiamata dalla nostra Costituzione nell’articolo 33, diventa propaganda, se la scelta delle docenti di garantire approfondimenti ed esperienze, incontri con realtà inserite nell’educazione ai diritti umani si chiama ideologia, come può la scuola educare al confronto con la complessità della realtà?
Se il perimetro della scuola diventa sempre più stretto, con muri tra ciò che avviene dentro la classe e ciò che accade all’esterno, la scuola abdica al suo ruolo di formazione della coscienza di cittadine e cittadini: vocazione che permette a tutte le persone, indipendentemente dai mezzi disponibili, dai contesti di provenienza e dalle famiglie in cui crescono, di coltivare la propria autonomia di pensiero. Diventa un luogo in cui imparare nozioni è funzionale a produrre e poco più: chi insegna un soggetto invisibile senza spessore, chi impara un vaso da riempire di nozioni.
Se il controllo di questo perimetro è nelle mani dei partiti, che per le logiche interne possono decidere di individuare alcuni temi come cruciali per le proprie battaglie, costruendo spauracchi, allora la scuola diventa soggetta alle pressioni dei governi, perde la sua indipendenza.
Se si soffia sulla paura, sulla disaffezione dalla cosa pubblica e sul sospetto che tante persone nutrono nei confronti di ciò che tocca temi che riguardano l’educazione delle persone più giovani, si crea una distanza dalla partecipazione alla vita pubblica e si scava un solco tra le famiglie e la comunità educante, contrapponendo soggetti che dovrebbero avere il comune interesse di crescere individui liberi.

La scuola è già pervasa dalla paura, dal timore di essere strumentalizzata e attaccata, di finire al centro di uno scontro e questo clima velenoso rischia di provocare chiusura, allontanamento dalla collettività, cesura con il mondo esterno.
È una scuola disinnescata del suo potere trasformativo, sfiduciata in partenza, incapace di incidere sul futuro e sul presente delle e degli studenti.
Non è questa la scuola in cui crediamo.

Continuiamo a lottare perché la scuola possa essere quel luogo di incontro e di crescita, dove corpi e storie diverse hanno diritto di esistere e di parlare, dove le persone più giovani apprendono non solo i saperi, ma anche il saper essere e il saper fare. Dove si può e si deve parlare di tutto: di razzismo, di violenza di genere, di omobilesboatransfobia, di crisi climatica, di genocidio, di legalità, e se ne può parlare insieme, perché non esistono soluzioni individuali a problemi collettivi.
Dove si nutre quella relazione educativa che tramite la conoscenza e l’incontro con il mondo permette alle giovani persone in crescita di capire quanto è prezioso il loro contributo e di sentirsi collettività capace di incidere sul presente. Un luogo che è politico, per sua stessa natura e finalità, a cui non vogliamo rinunciare.

Ripartiamo dal mettere la fiducia al centro: fiducia in chi sceglie di insegnare, nelle competenze umane e didattiche che ha, nei luoghi e percorsi di apprendimento in cui le ha sviluppate, nelle decisioni che prende in materia disciplinare e nei contenuti educativi veicolati dall’esterno. Fiducia nel fatto che chi fa lezione non impartisce lezioni, ma media contenuti articolati; fiducia nell’istituzione scolastica stessa, nella sua possibilità di tradurre in pratica il diritto di tutte a imparare, che significa soprattutto insegnare un metodo per comprendere il mondo che ci circonda.
E infine e soprattutto, fiducia verso chi apprende: fidarsi della possibilità che chi sta crescendo, se ha accanto una comunità che sostiene questo percorso, sia in grado di sviluppare un proprio sguardo e di partecipare, svelando ciò che è ideologia e manipolazione da ciò che è spunto e confronto.

 

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