Alcune notazioni sulle conseguenze della violenza di genere

Dopo la lettura degli articoli apparsi sulla stampa relativi all’andamento processuale dell’ennesimo caso di una donna che ha avuto il coraggio di denunciare la violenza subita, (questa volta si commentava il processo per stalking (Pagliarone – Buscemi), corre l’obbligo di precisare alcuni aspetti fondamentali del fenomeno della violenza (lo stalking ne è una delle forme) agita da persone (parenti, amici intimi, partner ecc) con le quali la vittima ha un legame affettivo.

Due cose vanno tenute presenti: la prima, che la violenza non finisce con gli episodi ‘violenti’, ma si estende nel tempo attraverso i danni residuali in coloro che hanno subito – direttamente o indirettamente – violenza; e, seconda, le caratteristiche delle persone (quasi tutte donne) che per tanto tempo rimangono dentro questi meccanismi violenti, uscendone con fatica (quando ce la fanno e/o rimangono in vita). Sono persone forti e fragili nello stesso tempo. Forti perché resistere per tempi anche molto lunghi in situazioni di terrore, minacce, aggressioni, annientamento psicologico, richiede un’energia e una forza che, paradossalmente, persone più reattive, che al primo segnale avrebbero abbandonato definitivamente il campo o denunciato mandando a quel paese il maltrattante anche a costo della vita, non avrebbero avuto. Fragili, perché nella maggioranza delle situazioni sono donne che, seppur dotate di intelligenza più che buona e spesso anche ottima cultura (tante sono laureate) e non presentando nella loro storia esistenziale patologie psicologiche, hanno una lettura ingenua, eccessivamente positiva della realtà. Accettano con fiducia le dichiarazioni, credono alle buone ‘intenzioni’, alle promesse e alle reali possibilità di cambiamento; soprattutto, non sapendo spesso mentire, non riescono ad immaginare nell’altro meccanismi strategicamente strumentali (in pratica, fredda e furbesca premeditazione). Sono inoltre quasi sempre donne (ma anche qualche raro uomo), generalmente miti, non aggressive, non abituate a mobilitare strutture difensive.

Queste caratteristiche di base si trasformano in sconcerto, incredulità e immobilismo, seguito poi da panico-terrore e incapacità reattiva di fronte all’aggressione della persona dalla quale pensano di essere amate e che invece si rivela persecutore. La confusione diventa il loro stato d’animo abituale di fronte all’alternarsi di violenza e gesti d’amore, che è la costante di ogni storia di maltrattamento, i cui meccanismi sono ormai spiegati in moltissime pubblicazioni non solo specialistiche (e film) che dovrebbero essere conosciuti da tutti per arginare quella tragedia quotidiana che non un nugolo di femministe, ma i più autorevoli organismi internazionali, hanno definito come violenza di genere e violenza domestica e che si traduce in Italia (ma purtroppo non solo) in milioni di donne quotidianamente maltrattate e una uccisa ogni due giorni. Appare sempre più’ chiaro che dobbiamo tutte/i collaborare per cambiare una cultura che ancora presenta questi dati, ognuno per la sua parte.

Fondamentale è il ruolo della stampa nel veicolare adeguatamente le notizie sui casi di violenza, così che le persone possano essere sensibilizzate alla gravità e delicatezza della materia. Altrettanto importante è che tutti/e coloro che si trovano per obblighi istituzionali a trattare con donne anche solo potenzialmente vittime, sappiano dei danni residuali fisici e psichici che la violenza lascia per anni quando non per sempre. Senza quell’attenzione e quella consapevolezza, si può verificare, come quasi sempre purtroppo avviene, il fenomeno della vittimizzazione secondaria. Queste donne, infatti quando si trovano davanti a quelle istituzioni/organismi che dovrebbero proteggere e tutelare la loro incolumità fisica e psichica, si trovano invece, paradossalmente, a dover sostenere situazioni di nuovo maltrattamento, non avendo certo né la forza né la possibilità di affrontarlo. Sono infatti quasi sempre donne ancora sotto gli effetti di quella violenza che le ha così segnate (shock postraumatico), sono depresse, piene di ansia, angoscia, si sentono stupide, si vergognano per ciò che hanno subito non capacitandosi di come sia potuto accadere e soprattutto hanno una ipersensibilità ad ogni forma di colpevolizzazione e/o aggressione che rinnova il dolore subito, facendole ripiombare nell’emozionalità panica e generando stati confusionali possibili e probabili anche nelle fasi dibattimentali.

E’ sapendo queste cose, scientificamente appurate, che tutti/e coloro che si trovano ad interagire con questo tipo di vittime dovrebbero porre una speciale attenzione evitando o facendo evitare modalità aggressive anche se non illegali e la stampa, pur raccontando i fatti di competenza dovrebbero evitare l’instillazione del dubbio della veridicità dei fatti denunciati dalle vittime, riservandosi eventualmente interventi diversi, se ritenuti opportuni, almeno a processi conclusi. Purtroppo questa sensibilità non ci sembra ancora acquisita e gli articoli relativi al caso Pagliarone, che abbiamo preso come esempio, vanno invece in verso opposto. Questa modalità è molto pericolosa rischia di vanificare tutto il lavoro che da anni i centri antiviolenza e le istituzioni più sensibili stanno, con sacrifici e dispendio anche economico, portando avanti. Vengono così scoraggiate le donne abusate a sporgere denuncia e viene incentivato il senso di onnipotenza dei presunti maltrattanti rischiando di far aumentare la loro aggressività fino ad arrivare anche ai casi estremi ma purtroppo non rari di femminicidio.

Daniela Lucatti, Gruppo psicologhe-psicoterapeute
Giovanna Zitiello, Responsabile Centro antiviolenza
Lorella Zanini Ciambotti, Vice-presidente Casa della Donna