IO SOSTENGO LA CASA DELLA DONNA. E TU? Un appello perché la “Casa” resti in via Galli Tassi

APPELLO “IO SOSTENGO LA CASA DELLA DONNA, E TU?”

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Chiediamo che la Provincia e il Comune di Pisa si impegnino affinché la palazzina di via Galli Tassi rimanga la sede della Casa della Donna, delle associazioni e reti di donne, da 25 anni luogo della libertà femminile, della politica delle donne e di servizi per la promozione di diritti e pari opportunità.

Da 25 anni la palazzina di via Galli Tassi 8 è il luogo concreto e simbolico del femminismo a Pisa. La “Casa della Donna” è proprio una casa, con varie stanze per le tante attività che vi si svolgono, è uno spazio aperto a tutte le donne, senza nessuna distinzione, dove centinaia di donne di generazioni, provenienze, formazioni, professionalità diverse hanno costruito un patrimonio di saperi, competenze, relazioni, in una molteplicità di ambiti, come la cultura delle donne: biblioteca specializzata in cultura di genere, i gruppi di ricerca e di iniziativa politica, le politiche di genere e la promozione dei diritti delle donne, la formazione e i progetti nelle scuole, le attività in carcere, l’intercultura e la cooperazione internazionale, l’ascolto-accoglienza- consulenza per donne vittime di violenza: centro antiviolenza e casa rifugio. Il centro antiviolenza è parte integrante di tutta l’attività della Casa, ispira il proprio operare alla pratica della relazione tra donne ( e non all’assistenza), con l’intento di far crescere la soggettività femminile e agisce politicamente per cambiare la cultura che produce violenza contro le donne e guerre. La “Casa” è un’associazione di promozione sociale per i diritti delle donne e di tutti, che fonda il suo operare nella costruzione di relazioni e reti e che considera imprescindibile la connessione sistematica con le altre organizzazioni, associazioni, gruppi, realtà istituzionali e non, di donne e non solo, che operano nel territorio cittadino, provinciale, nazionale ed estero.

E’ un’ associazione fortemente radicata nel proprio territorio, ha rapporti consolidati con gli enti e le istituzioni locali: Comune di Pisa e della zona pisana, altri comuni della provincia, Provincia di Pisa, Istituzione Centro Nord- Sud, Università, Società della Salute, ASL 5, Azienda ospedaliera, Prefettura, Questura, Carabinieri e con altre associazioni di donne, sia di volontariato che di promozione sociale, e con associazioni culturali e cooperative sociali. Ha convenzioni con la Provincia di Pisa per la gestione della sede, con la Società della Salute-ASL 5 per la gestione di servizi e attività contro la violenza di genere, ed ha convenzioni per i tirocini curriculari con i dipartimenti di Scienze Politiche, i Corsi di Laurea in Lettere e Filosofia, e in Scienze per la pace dell’Università di Pisa e di Scienze della Formazione dell’Università di Firenze.

La Casa della donna è socia fondatrice del Coordinamento Regionale dei Centri Antiviolenza TOSCA e dell’ Associazione nazionale dei Centri Antiviolenza DiRe Donne in rete contro la violenza. A livello internazionale collabora con altre organizzazioni di donne a livello europeo, dei Balcani, del Mediterraneo, dell’ Asia e del SudAmerica.

Tutto questo che è stato realizzato con l’impegno ed il lavoro volontario di tantissime donne e con il sostegno delle istituzioni locali, rischia oggi di essere fortemente ridimensionato.

Prima di tutto è in dubbio la sede: la Provincia di Pisa ha inserito la sede di via Galli Tassi nell’elenco dei beni alienabili, e anche se non è ancora uscito il bando per la messa in vendita, il bene è considerato vendibile. Sappiamo di essere privilegiate ad avere una sede così bella, ma vorremmo ricordare che questo luogo è il simbolo delle lotte delle donne pisane. Era un rudere, quando il movimento delle donne lo occupò temporaneamente negli anni ’80, dopo una lunga trattativa tra Provincia e movimento, ci vollero 10 anni per ristrutturarlo, fu aperto l’8 marzo 1990, come sede della Commissione Provinciale pari opportunità, per altri 5 anni funzionò grazie alla collaborazione tra commissioni pari opportunità e gruppi di donne, che di fatto lo gestirono fino al 1996, quando finalmente nacque l’associazione, con il sostegno dell’allora sindaco Floriani e del presidente della Provincia Nunes. Pensavamo allora come oggi, che è un dovere delle istituzioni garantire spazi di agibilità politica per le donne, riconoscendo il ruolo insostituibile che l’associazionismo riveste per il raggiungimento della cittadinanza delle donne. Negli ultimi mesi abbiamo cercato molte volte un confronto diretto con il Sindaco e Presidente della Provincia Filippeschi, per avere informazioni più certe sia rispetto a via Galli Tassi, sia su un eventuale trasferimento nella nuova sede di via Gioberti, che comunque riguarderebbe solo il centro antiviolenza. Avevamo mantenuto una posizione interlocutoria molti mesi fa, perché ben comprendiamo le difficoltà in cui versa la Provincia, ma avremmo voluto sentire l’ opinione del Sindaco, su quale importanza ha il patrimonio che rappresentiamo per la città e la provincia e su quale futuro ci aspetta.

Noi ribadiamo che il centro antiviolenza è dentro la Casa e che qualsiasi proposta deve riguardare tutta l’associazione e garantire continuità e fattibilità. La “Casa” non è solo un capitale economico, è anche un capitale storico, culturale, politico, uno dei pochi esempi a livello nazionale, definiti “una dote” per le nuove generazioni di donne. Mentre in altre città nascono esperienze simili alla nostra, come a Milano, dove il Comune ha aperto una Casa delle donne solo pochi anni fa o città vicine come Lucca che stanno cercando di realizzarla, Pisa può permettersi di perdere o dilapidare un capitale sociale e politico così importante?

Inoltre, nel frattempo la nostra situazione economica è diventata critica, sono azzerati i contributi per l’associazione, i finanziamenti per il centro antiviolenza devono essere in gran parte anticipati e la gestione dei progetti è problematica. Infatti la partecipazione a bandi pubblici importanti, che ci ha dato la possibilità concreta di intensificare e migliorare i servizi, di diffondere saperi e pratiche e di impegnarsi nella prevenzione in modo più capillare, comporta la necessità di attendere l’effettiva erogazione dei fondi stanziati e il ricorso costoso al credito bancario, costi che diventano insostenibili.

L’Associazione Casa della donna vuole continuare a svolgere il suo ruolo sociale e politico per l’affermazione dei diritti delle donne e della cittadinanza femminile e per una città ed un territorio solidali e culturalmente attivi.

Chiediamo alla città, alle tante donne e uomini, alle associazioni e alle istituzioni, che ci conoscono e che hanno agito con noi ed anche a chi potrà farlo in futuro, di sostenere la nostra richiesta che la palazzina di via Galli Tassi resti alla Casa della donna, firmando l’Appello IO SOSTENGO LA CASA DELLA DONNA, E TU?

COME PUOI AIUTARCI

Firmando questo appello presso la nostra sede in via Galli Tassi, 8 negli orari di apertura della segreteria (lunedì e mercoledì dalle 9,30 alle 12,30 e dal lunedì al venerdì dalle 16,00 alle 19,00)

Aderendo all’appello mandando o un fax al numero 050550627 oppure una mail all’indirizzo iosostengolacasadelladonna@gmail.com con il tuo nome, cognome e il tuo indirizzo di posta elettronica

Diffondendo questo appello a parenti, amici e amiche, colleghi/e e tramite i social networks.

Diventando socia della Casa della Donna, facendo la tessera presso la nostra sede al costo di 30 euro per le socie ordinarie e di 10 euro per studentesse e precarie

Aderendo alla campagna di raccolta fondi “io sostengo la casa della donna”. Potrai consultare tutte le informazioni al riguardo al link: http://www.casadelladonnapisa.it/campagna-io-sostengo-la-casa-della-donna-contro-la-violenza-sulle-donne.html/

Facendo una donazione o presso la nostra sede o con un versamento tramite codice IBAN IT21N0503414024000000218367

Donandoci il tuo 5xmille indicando nella sezione apposita del mod. 730 ASSOCIAZIONE CASA DELLA DONNA

CF 93033330502

Chiediamo a tutte e tutti di sostenere la Casa anche via social media, pubblicando su Facebook e Twitter un selfie col cartello

#iostoconlaCasadellaDonna

 

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Alcune notazioni sulle conseguenze della violenza di genere

 Dopo la lettura degli articoli apparsi sulla stampa relativi all’andamento processuale dell’ennesimo caso di una donna che ha avuto il coraggio di denunciare la violenza subita, (questa volta si commentava il processo per stalking (Pagliarone – Buscemi), corre l’obbligo di precisare alcuni aspetti fondamentali del fenomeno della violenza (lo stalking ne è una delle forme) agita da persone (parenti, amici intimi, partner ecc) con le quali la vittima ha un legame affettivo. Due cose vanno tenute presenti: la prima, che la violenza non finisce con gli episodi ‘violenti’, ma si estende nel tempo attraverso i danni residuali in coloro che hanno subito – direttamente o indirettamente – violenza; e, seconda, le caratteristiche delle persone (quasi tutte donne) che per tanto tempo rimangono dentro questi meccanismi violenti, uscendone con fatica (quando ce la fanno e/o rimangono in vita). Sono persone forti e fragili nello stesso tempo. Forti perché resistere per tempi anche molto lunghi in situazioni di terrore, minacce, aggressioni, annientamento psicologico, richiede un’energia e una forza che, paradossalmente, persone più reattive, che al primo segnale avrebbero abbandonato definitivamente il campo o denunciato mandando a quel paese il maltrattante anche a costo della vita, non avrebbero avuto. Fragili, perché nella maggioranza delle situazioni sono donne che, seppur dotate di intelligenza più che buona e spesso anche ottima cultura (tante sono laureate) e non presentando nella loro storia esistenziale patologie psicologiche, hanno una lettura ingenua, eccessivamente positiva della realtà. Accettano con fiducia le dichiarazioni, credono alle buone ‘intenzioni’, alle promesse e alle reali possibilità di cambiamento; soprattutto, non sapendo spesso mentire, non riescono ad immaginare nell’altro meccanismi strategicamente strumentali (in pratica, fredda e furbesca premeditazione). Sono inoltre quasi sempre donne (ma anche qualche raro uomo), generalmente miti, non aggressive, non abituate a mobilitare strutture difensive. Queste caratteristiche di base si trasformano in sconcerto, incredulità e immobilismo, seguito poi da panico-terrore e incapacità reattiva di fronte all’aggressione della persona dalla quale pensano di essere amate e che invece si rivela persecutore. La confusione diventa il loro stato d’animo abituale di fronte all’alternarsi di violenza e gesti d’amore, che è la costante di ogni storia di maltrattamento, i cui meccanismi sono ormai spiegati in moltissime pubblicazioni non solo specialistiche (e film) che dovrebbero essere conosciuti da tutti per arginare quella tragedia quotidiana che non un nugolo di femministe, ma i più autorevoli organismi internazionali, hanno definito come violenza di genere e violenza domestica e che si traduce in Italia (ma purtroppo non solo) in milioni di donne quotidianamente maltrattate e una uccisa ogni due giorni. Appare sempre più’ chiaro che dobbiamo tutte/i collaborare per cambiare una cultura che ancora presenta questi dati, ognuno per la sua parte.

Fondamentale è il ruolo della stampa nel veicolare adeguatamente le notizie sui casi di violenza, così che le persone possano essere sensibilizzate alla gravità e delicatezza della materia. Altrettanto importante è che tutti/e coloro che si trovano per obblighi istituzionali a trattare con donne anche solo potenzialmente vittime, sappiano dei danni residuali fisici e psichici che la violenza lascia per anni quando non per sempre. Senza quell’attenzione e quella consapevolezza, si può verificare, come quasi sempre purtroppo avviene, il fenomeno della vittimizzazione secondaria. Queste donne, infatti quando si trovano davanti a quelle istituzioni/organismi che dovrebbero proteggere e tutelare la loro incolumità fisica e psichica, si trovano invece, paradossalmente, a dover sostenere situazioni di nuovo maltrattamento, non avendo certo né la forza né la possibilità di affrontarlo. Sono infatti quasi sempre donne ancora sotto gli effetti di quella violenza che le ha così segnate (shock postraumatico), sono depresse, piene di ansia, angoscia, si sentono stupide, si vergognano per ciò che hanno subito non capacitandosi di come sia potuto accadere e soprattutto hanno una ipersensibilità ad ogni forma di colpevolizzazione e/o aggressione che rinnova il dolore subito, facendole ripiombare nell’emozionalità panica e generando stati confusionali possibili e probabili anche nelle fasi dibattimentali. E’ sapendo queste cose, scientificamente appurate, che tutti/e coloro che si trovano ad interagire con questo tipo di vittime dovrebbero porre una speciale attenzione evitando o facendo evitare modalità aggressive anche se non illegali e la stampa, pur raccontando i fatti di competenza dovrebbero evitare l’instillazione del dubbio della veridicità dei fatti denunciati dalle vittime, riservandosi eventualmente interventi diversi, se ritenuti opportuni, almeno a processi conclusi. Purtroppo questa sensibilità non ci sembra ancora acquisita e gli articoli relativi al caso Pagliarone, che abbiamo preso come esempio, vanno invece in verso opposto. Questa modalità è molto pericolosa rischia di vanificare tutto il lavoro che da anni i centri antiviolenza e le istituzioni più sensibili stanno, con sacrifici e dispendio anche economico, portando avanti. Vengono così scoraggiate le donne abusate a sporgere denuncia e viene incentivato il senso di onnipotenza dei presunti maltrattanti rischiando di far aumentare la loro aggressività fino ad arrivare anche ai casi estremi ma purtroppo non rari di femminicidio.

Firmano per l’Associazione Casa della Donna:
Daniela Lucatti Gruppo psicologhe-psicoterapeute
Giovanna Zitiello Responsabile Centro antiviolenza
Lorella Zanini Ciambotti Vice-presidente Casa della Donna

 

25 novembre 2014: la Casa della donna aderisce alla campagna #HEforSHE -LUIperLEI

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Il 25 novembre si celebra la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. L’Assemblea dell’ONU ha designato il 25 novembre come giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne e ha invitato i governi, le organizzazioni internazionali e le Ong a organizzare attività volte a sensibilizzare l’opinione pubblica in quel giorno. La scelta del 25 novembre ricorda la vicenda delle sorelle Mirabal. Il 25 novembre del 1960 nella Repubblica Domenicana le sorelle Mirabal, che si recavano a far visita ai loro mariti in carcere, furono bloccate sulla strada dal servizio d’Informazione militare e condotte in un luogo nascosto nelle vicinanze dove furono torturate, massacrate e strangolate, per poi essere gettate in un precipizio, a bordo della loro auto, per simulare un incidente.

La Casa della Donna di Pisa, anche quest’anno, è in prima linea per questo importantissimo appuntamento, aderendo ad una campagna mondiale che in poco più di due mesi ha già fatto il giro del web.  L’attrice britannica Emma Watson, 24 anni, nota soprattutto per essere stata la Hermione dei film di Harry Potter ha tenuto un discorso sui diritti delle donne a New York, in qualità di nuova ambasciatrice del settore UN Women delle Nazioni Unite. Per dieci minuti circa ha promosso la la campagna “He for She” (“lui per lei”) parlando soprattutto agli uomini, i cosiddetti “femministi involontari”, come lei stessa li ha definiti, che con le loro azioni,anche inconsce, potrebbero contribuire a cambiare la condizione delle donne e invitandoli direttamente a fare qualcosa per ridurre le disuguaglianze di genere. Per far si che l’era della disparità di genere termini tutti devono essere coinvolti, donne e uomini, insieme.

L’Associazione Casa della Donna pertanto invita, oltre a tutte le donne,anche tutti gli uomini, mariti, figli, fidanzati, fratelli, appartenenti alle istituzioni,alla politica, allo sport, alla scuola, all’università a prendere parte a questa campagna sia attraverso i social network, “mettendoci la faccia” (basta fotografarsi con un cartello con l’hashtag “He for she” , scrivendo una frase del perché si è favorevoli alla parità di genere e postarla su facebook) sia partecipando attivamente e concretamente alla manifestazione del 25 novembre che si terrà su Ponte di Mezzo a partire dalle ore 17 portando con sé e mostrando i cartelli “He for she”.

Nella speranza di vedervi numerose e numerosi, concludiamo con le parole della Watson: “Se credete nella parità, potreste essere uno dei femministi inconsapevoli di cui parlavo prima. E per questo mi complimento. Stiamo faticando per trovare una parola che ci unisca, ma la buona notizia è che abbiamo un movimento che ci unisce. Si chiama “He For She”. Vi invito a fare un passo avanti, a farvi vedere, ad alzare la voce, a essere lui per lei. E a chiedervi: se non io, chi? Se non ora quando? Grazie”.

 

Comunicato stampa:SOLIDARIETÀ A PATRIZIA E A TUTTE LE DONNE CHE DENUNCIANO LE VIOLENZE SUBITE

SOLIDARIETÀ A PATRIZIA E A TUTTE LE DONNE CHE DENUNCIANO LE VIOLENZE  SUBITE 
COMUNICATO STAMPA 
La mattina del 26 settembre saremo presenti davanti al Tribunale di Pisa per esprimere la nostra solidarietà a Patrizia, che è stata accolta dal Centro Antiviolenza della Casa della donna anni fa e che poi ha avuto il coraggio di denunciare le violenze subite. Vogliamo con questa iniziativa richiamare l’attenzione e sensibilizzare la cittadinanza sul problema diffuso, ma non abbastanza contrastato, della violenza sulle
donne.
Molte Associazioni insieme alle Istituzioni della Provincia di Pisa, dal 2005 hanno intrapreso azioni per contrastare la violenza di genere sulle donne e costruire un sistema integrato di servizi ed interventi. Una donna che chiede aiuto può essere accolta da uno dei punti della rete a cui si rivolge (centro antiviolenza, pronto soccorso, forze dell’ordine, servizio sociale, …) e trovare una persona che saprà come aiutarla, questo ha consentito di rilevare che il numero delle donne che chiede aiuto aumenta di anno in anno.
Nel 2013, 365 donne hanno chiesto aiuto ai centri antiviolenza della provincia di Pisa.
Ma la violenza sulle donne è un problema strutturale nel nostro paese ed è soprattutto un problema culturale: avviene spesso nelle relazioni d’intimità e continua ad essere un fenomeno in gran parte sommerso. Paura, confusione, un’idea dell’amore ancora pervaso di stereotipi, come quello della gelosia, che di fatto diventa controllo ed esercizio di potere. Tanti sono i motivi che fanno sì che una donna sopporti atti di maltrattamento e/o di persecuzione prima di decidersi a chiedere aiuto e a dire basta. E quando decide deve trovare un centro antiviolenza ed una rete, che la incoraggi e la sostenga in un percorso che, spesso non è né breve, né semplice.
L’Italia è stato tra i primi paesi a firmare la Convenzione di Istanbul, che riconosce la violenza sulle donne come una violazione dei diritti umani e si è impegnata a realizzare delle politiche globali ed integrate per affrontare il problema della violenza maschile, manca però un piano nazionale con finanziamenti certi, che è l’unico strumento per diminuire una violenza che non rappresenta l’eccezione ma la quotidianità per tante donne. Per prevenire i femminicidi bisogna intervenire prima, la repressione non basta.
Perciò di violenza sulle donne bisogna parlare tanto e in tanti luoghi, anche per smitizzare idee diffuse, che rischiano di colpevolizzare le donne.
Le donne che denunciano nel nostro paese sono poche, la denuncia spesso non è il primo passo per uscire, e non è il fattore che può dirci se la violenza sta diminuendo. Non c’è un osservatorio nazionale che sia in grado di fornire dati certi. Un solo dato: delle 271 donne che si sono rivolte al centro antiviolenza della Casa della Donna nello scorso anno, il 25% ha sporto denuncia – una percentuale maggiore rispetto alla media nazionale.
Denunciare per una donna significa affrontare un lungo percorso, nel quale più e più volte dovrà raccontare a persone diverse le violenze subite, dovrà rivedere l’uomo che le ha provocato sofferenze, aspettare, probabilmente, anni prima di ottenere un giudizio.
Perciò saremo, come sempre, vicine/i a Patrizia e a tutte le donne che hanno il coraggio di denunciare e di affrontare i processi.
Associazione Casa della Donna Pisa, TOSCA Coordinamento regionale dei centri antiviolenza, Associazione Le Amiche di Mafalda Pomarance, Associazione Eunice Pontedera, Associazione Frida San Miniato, Associazione Donne In Movimento Pisa, AIED Pisa, Associazione Amiche Dal Mondo Insieme, Nuovo Maschile, Queersquilie!, Municipio dei Beni Comuni, Associazione Utopia, Associazione Thèm Romanó, 
Arcilesbica Pisa, ARCI – Comitato provinciale di Pisa, Associazione Berretti Bianchi

Un anno di violenze in Provincia di Pisa: Novembre 2012-Ottobre 2013

In occasione del 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza sulle donne, l’Associazione Casa della Donna presenta i dati del Centro Antiviolenza: “Un anno di violenze in Provincia di Pisa: Novembre 2012- Ottobre 2013”.

Sono 276 le donne che hanno chiesto aiuto nel periodo Novembre 2012- Ottobre 2013, un dato in forte aumento: 55 in più dell’anno precedente. L’ampliamento dei servizi e la loro pubblicizzazione, attuati con il Progetto NON UNA DI PIU’, con il partenariato della SdS della zona pisana, e finanziato dal Dipartimento per le P.O., ha certamente influito, dando la possibilità ad un maggior numero di donne di conoscerci e contattarci. Un trend che è comunque confermato a livello regionale dal Coordinamento dei centri antiviolenza Tosca che ha registrato un aumento del 20% delle richieste di aiuto. Le donne si rivolgono ai centriantiviolenza, perché sono luoghi dove sanno di trovare donne che le accolgono, in modo riservato e che offrono una pluralità di servizi gratuiti: dai colloqui di accoglienza, alle consulenze e alle terapie psicologiche, alle consulenze legali, all’orientamento e al sostegno nella ricerca di lavoro, all’ospitalità in casa rifugio in caso di pericolo. L’analisi dei dati ci permette di mettere in evidenza gli aspetti più rilevanti del fenomeno nel nostro territorio: sono soprattutto donne italiane (78%). La maggioranza ha un’età tra i 30 e i 50 anni, sono donne che hanno figli minori (44%), e il numero delle donne disoccupate è in ulteriore aumento: dal 31% dello scorso anno al 44%. É un dato allarmante, non avere un lavoro rende molto difficile la scelta di lasciare un partner violento, e la violenza è agita soprattutto in famiglia, le donne subiscono maltrattamenti dall’uomo con cui hanno deciso di vivere: il marito o convivente per l’80 %  è italiano e il 47% ha tra i 36 e i 60 anni. Purtroppo anche quando la donna riesce a dire basta, non sempre la violenza finisce, anzi i casi di stalking sono in aumento (25%). Le donne subiscono violenza spesso per anni, ma il percorso che porta alla decisione di denunciare è complesso, solo il 25% ha denunciato il proprio maltrattante, il 28% ha chiesto aiuto anche alle forze dell’ordine, il 15% al pronto soccorso e il 13% al servizio sociale. Il centro antiviolenza è un anche un osservatorio del fenomeno sulla violenza, sia su come cambiano le tipologie della violenza sia sul funzionamento della rete e dei servizi, i dati ci fanno riflettere sulla necessità di potenziare gli interventi integrati e il sistema complessivo. La zona pisana ha una lunga esperienza di collaborazione tra istituzioni (SdS, Provincia, Comune, ASL, AOP, Forze dell’ordine) e associazioni per la formazione di operatori e la strutturazione di procedure per aiutare le donne ad uscire dalla violenza, ma i dati indicati rilevano che donne che si rivolgono al centro antiviolenza, al pronto soccorso, alle forze dell’ordine, ai servizi sociali sono solo in minima parte le stesse. Per prevenire i femminicidi e per interrompere la violenza sono necessari tanti interventi per le donne e per i loro figli: rilevazione del rischio, cure mediche, protezione, accoglienza in emergenza, ospitalità in casa rifugio, sostegno psicologico, legale, sociale, reinserimento lavorativo, soluzioni abitative. E senza la possibilità di autonomia economica e di avere una casa, i percorsi delle donne diventano lunghi e aggiungono sofferenze a vissuti già difficili. La violenza ha costi altissimi: sanitari, sociali, economici, costi che non vengono mai conteggiati nei bilanci statali. La Convenzione di Istanbul indica lo stato e le istituzioni a tutti i livelli come diretti responsabili, perché non garantiscono i diritti delle donne, e la violenza è una violazione dei diritti delle donne. La violenza è nel nostro paese un fenomeno strutturale, e non un problema di sicurezza: invece anche la legge sul femminicidio, approvata recentemente, nonostante alcuni elementi positivi, insiste più sul piano della repressione, che non su quello del piano d’azione che affronta il problema nella sua complessità. E’ una legge, che nell’ ultimo articolo dice letteralmente che è senza “oneri a carico della finanza pubblica”. Ed è conosciuta la drammatica situazione economica degli enti locali, che da anni garantiscono, attraverso convenzioni, il funzionamento dei centri antiviolenza. I finanziamenti sono in netta diminuzione anche in Toscana, tanto che pure il nostro progetto, che dal 2002 è finanziato dalla Società della Salute della zona pisana, tra le prime a dimostrare sensibilità istituzionale verso il problema della violenza, ha rischiato di subire, a causa dei tagli della regione sul bilancio della sanità, una notevole riduzione, e solo l’impegno della Sds ha garantito il mantenimento del finanziamento per quest’anno. A maggio si concluderà il Progetto “Non una di più” con cui abbiamo accolto tante donne in più degli anni precedenti, ma non sappiamo se riusciremo a mantenere gli stessi servizi, se non troveremo altri finanziamenti.

Per il 25 Novembre abbiamo organizzato iniziative cui tutta la cittadinanza è invitata a partecipare, in particolare il flash mob che vedrà le donne convergere verso il Ponte di Mezzo dove ci raccoglieremo per riflettere e ricordare le vittime delle violenza femminicida.